Driver picks the music

By lunedì, Luglio 21, 2014 0 Permalink 1

24 May 2012 By Fred – 

[Messaggio per il mio papà che a volte legge il blog: Scusa papi, questo post è un delirio su un argomento di cui proprio non ti interessa nulla, se lo salti non me la prendo,  piciù]

Domani caricherò il video, registrato qualche giorno fa, in cui racconto la terza JusInBello dei Frezza Bros.
Nel frattempo bolle in pentola una collaborazione con il sito Supernatural Legend, per il quale dovrei realizzare video dedicati stagione per stagione, cosa che ovviamente mi riempie di gioia (anche perché è un’ottima scusa per riguardarmele tutte).
Quindi presto avrò ben più di un’occasione di dire la mia su questa serie che tanto amo.
Tuttavia vorrei spendere due parole sul finale della settima stagione, che ho visto soltanto due giorni or sono, non riesco ad aspettare.

La settima stagione per quanto mi riguarda era iniziata con una disposizione d’animo allao la va o la spacca, perché le delusioni della sesta bruciavano ancora e perché non ero certa di potermi fidare di chi aveva deciso che la storia dovesse proseguire.
Certo, non mi sarebbe piaciuto congedarmi dai fratelli Winchester, e se avessi proprio dovuto farlo avrei preferito accadesse dopo che la terra aveva inghiottito Sam nell’ultimo sacrificio con cui i fratelli avevano, di nuovo, salvato l’umanità.
Ma avrei gradito ancora meno vederli sbiadire nel tempo e diventare la macchietta di se stessi, incastrati in una perenne ripetizione di scenari già visti e battute già sentite, cosa che temo i personaggi delle serie tivvì corrano spesso il rischio di fare.
Il finale della settima stagione ha spazzato via (per il momento) preoccupazioni di questo genere.
Partiamo dalle considerazioni più ovvie: Crowley ha sempre le battute migliori (“You bore me, you have no sense of poetry”, la negoziazione del contratto con Dick, etc. etc.); i Leviathans mi trovo ad ammettere, scettica com’ero, si sono dimostrati un degno villain (parecchi, villains, ma non sottilizziamo) di stagione, secondo me. L’unico elemento accettabile della story line con nonno Winchester era, a mio parere, l’introduzione al discorso degli Alpha, e il padre di tutti i bloodsuckers non mi ha delusa in questa ultima puntata, anche se ha sempre troppo poco spazio per sperare di diventare qualcosa di più di un nemico ex-machina (“See you next season”? Clever, is it clever? Why is it clever? [cit.]).
Ci sono due personaggi in particolare di cui mi sento di parlare. Primo, Bobby.
Bobby subisce una trasformazione interna ed esterna colossale in questa stagione, e mi ha commosso l’apice di questa parabola. Il suo congedo (durante la convention di Roma alcuni accenni fanno sospettare che sia meno definitivo di quanto tu possa pensare) è dignitoso, coerente e spiccio, con un forte senso di lacrime trattenute più che esibite, come è sempre stato il personaggio. Ho anche particolarmente apprezzato il fatto che Bobby, non in pieno possesso di sé, si sia trovato ad attaccare Sam come era già successo a ruoli invertiti, un’apprezzabile geometria che potrebbe aprire scenari di profonda comprensione tra i due personaggi.
Secondo, naturalmente, Castiel, il nostro povero angelo spezzato.
Mi ha intenerito sentirlo interessato alla cura delle api come tante grandiose menti prima di lui. Forse guardare tante piccole menti che lavorano come una è consolante per chi ne abbia una così gigantesca da sentirsi sempre solo nonostante l’affetto di chi lo circonda. Cass fatto a pezzi sulla sua strada lastricata di buone intenzioni che l’ha portato a destinazioni ben diverse da quelle che sperava, così distrutto da non essere più in grado di volere niente, se non forse il perdono di Dean. Il suo infantile modo di fuggire le sue paure è di una dolcezza infinita (giocare a Twister? Certamente il modo migliore di dimenticarsi i propri problemi, sono con te in questo, Cass). Salvo poi ritrovare negli affetti più veri la spinta al tentativo disperato.
E proprio quando la presenza di Kevin iniziava a farmi temere uno scenario spaventoso tipo High Prophet Musical, è tornata lei.
La Metallicar. L’Impala. Il personaggio (perché di personaggio si tratta, quanto lo è l’Unico ne Il Signore degli Anelli) la cui mancanza avevo più sofferto.
Torna sgommando, con la musica alta, torna bad-ass come poche altre macchine della televisione a dimostrare ai cattivi che non hanno ancora vinto, anzi, che li aspetta la battaglia più dura (mi ha fatto pensare al monologo di Eleven a Stonehenge, “let someone else try first”).
Gli ultimi secondi della puntata mi hanno ricordato il finale della terza stagione, uno spaventoso nuovo scenario che ti spalanca davanti come un baratro e tu sai quanto sia lungo il calendario da oggi a quando potrai saperne di più.
Ma sai che ti dico? Bring it on, non ho paura. Forse specialmente perché, oltre a Robert Singer come regista principale (ha diretto alcuni dei miei episodi preferiti, tra cui l’adorato Bad day at black rock), torna Jeremy Carver, che ha scritto i migliori di ogni tempo, a mio parere (Changing Channels, su tutti, e Mystery Spot).
Quando ho conosciuto Supernatural un mio carissimo amico (sempre lo stesso, quello del terremoto) me lo presentò così: “E’ la storia di questi due fratelli che viaggiano per l’America in macchina rivisitando tutte le leggende metropolitane e non, ricostruendo una sorta di mitologia americana con i colpi di una Colt”.
Siamo cresciuti tanto, nel frattempo. Eppure l’attesa per la prossima stagione ha lo stesso sapore di sette anni fa. E’ un sapore amaro, come quello di una medicina. Ti è mai stato rifilato il Panacef quando eri piccolo? Era uno sciroppo rosa chewing-gum che sapeva di fragola sintetica, buonissimo. Così buono che ho sempre sospettato non potesse essere molto efficace. Questo sapore qui è diverso. Non è piacevole, ma mi era mancato.

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