“L’amore è come cercare di costruire un castello di carte sulla schiena di uno scoiattolo”

By lunedì, Luglio 21, 2014 0 Permalink 0

04 March 2012 By Fred – 

Con parecchie settimane d’anticipo ho comprato biglietti di quarta fila per lo spettacolo teatrale che Zach Braff porta a Londra in questo periodo (al Duke of York’s fino al 28 Aprile) per la sera del 1 Marzo.

Pochi giorni prima della data segnata sul calendario la (poco affidabile, in tutti i sensi) app del Guardian mi regala una review dello spettacolo, e il copione ne esce a pezzetti piccolissimi.

Zach a sua volta viene dipinto come un piccolo egocentrico che deve scritturare due attrici per farsi dire quanto sia carino.

Le attrici in questione lodate per ruoli di maggior prestigio in spettacoli ben più riusciti, con frasi che sembrano insinuare domande sul perché abbiano deciso di accettarne di così denigranti.

Non nutro nei confronti di Zach Braff un affetto smisurato che in quanto tale rischia di diventare cieco come per qualsiasi fanatismo, ma l’ho sempre apprezzato nei panni di J.D., ho amato moltissimo Garden State e sono convinta che in lui risieda un talento molto luminoso (non ultimo devo alle sue azzeccatissime scelte musicali la scoperta degli Shins. E non è poco).

Così, dopo aver letto le parole del Guardian, pur messa in guardia, sono arrivata a teatro con la voglia di poter dire la mia, cercando di non cedere alla tentazione di difenderlo comunque, prima di avere materia per il giudizio.

Pur rimanendo nel confortevole territorio de La Mia Opinione Personale posso dire che All New People è uno spettacolo eccellente: la recitazione è sensazionale (ci sono tre personaggi oltre a Zach, ed è davvero difficile scegliere chi sia il più bravo), il copione brillante, ben scritto, intelligente, profondo e commovente. La scenografia un portale perfetto per sbirciare in un altro mondo.

Mi terrorizza l’idea che un talento possa essere messo in discussione nella misura in cui ottiene quello che il talento dovrebbe sempre ricevere, il successo.

Mi sono chiesta se sia per colpa di J.D., personaggio semi-irresistibile, che Zach paga adesso giudizi così eccessivamente abrasivi.

A mio parere quello che rende unica la sua voce, di autore come di attore, è la capacità e la volontà di immergersi in territori difficili dove il bianco e il nero non esistano. Dove nessuno sia del tutto cattivo, o del tutto stupido, o del tutto responsabile delle colpe che porta. Ogni personaggio viene visto così da vicino che la sua scacchiera emotiva, fatta di ombre e luci, quadratini neri e bianchi, non risulta in un grigio, ma in una complessa ramificazione di passato sopravvissuto e futuro sognato. Sospeso in un presente che si allunga e si deforma per accogliere ciascun pensiero o ricordo con lo spazio che merita.

In All New People personalità molto diverse si incontrano e si confrontano, e non c’è niente di inaspettato in questo. La crescita che subiscono, quella sì che lo è, perché anche se la regola sostiene che una storia debba essere pressocché sinonimo di evoluzione (di una trama come di un personaggio), non sempre viene seguita, il che non è un male, ma certamente un diverso modo di raccontare.

Sul palco (che dimentichi molto rapidamente essere tale, ti sembra di sbirciare in casa del vicino) ci sono quattro persone piene di tagli, cuciture, difetti, bugie, capacità, apparenze, lividi, battute, obiettivi e piani di scorta.

Dalla privilegiata posizione del pubblico si ha accesso immediato al loro panorama interiore, come quando un amico ti racconta un problema per lui insormontabile che da fuori sembra così limpido.

Si affrontano temi come la condizione e i rapporti umani, il divino, lo scopo della vita, senza scadere mai nel desiderio di presentare verità assolute, come se tutti, personaggi ed autore, fossero ormai rassegnati ad una verità, una soltanto: che tutto al mondo sia soggettivo e relativo, perché per quanto possiamo verificare con i sensi ci sono solo occhi umani a darne la misura. Tutti hanno delle storie, delle ferite, si può solo sperare di trovare qualcuno che abbia il tempo di ascoltarci e prestarci un cerotto, sono convinta che sia così che diventa possibile intravvedere le grandi verità.

Quando ci si siede a guardare le stelle, se ci si trova in compagnia di qualcuno che abbia voglia e capacità di pensarci, oltre a subire la fascinazione dell’infinitamente grande si viene contagiati inevitabilmente dalla paura, la scala delle proporzioni è così alta da dare le vertigini e nessuno può sostenere di poggiare i piedi su certezze indiscutibili, il cor si spaura indipendentemente dalle nozioni di scienza e religione.

E quindi si rimane lì, tutti vicini con la notte che diventa ogni minuto più fredda, a tenersi abbracciati su questo sasso che gira nel vuoto.

Il che è molto più consolante di qualsiasi altra certezza.

 

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