L’arrivo

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12 December 2011 By Fred – 

Da diciotto mesi la mia valigia non riposa un momento. Da diciotto mesi non viene mai disfatta. Da diciotto mesi giace, in diversi gradi di pesantezza ed organizzazione, a turno su un pavimento a Bologna o su una libreria a Londra, e nel mezzo accarezza i tappeti di cento alberghi diversi tutti uguali uno all’altro.

Ma non riposa.

Sono la persona più sedentaria del mondo ed odiavo volare.

Eppure da diciotto mesi sono una viaggiatrice. Ho la tessera silver della British Airways e sono sulla lista dei cattivi della Easyjet (solo un disguido con la carta di credito, niente di succoso), per l’amor del cielo.

Per questo Clara ha pensato che fossi la persona adatta a salutare il concorso I Viaggiatori Non Mentono Mai, neanche fossi l’ultima di una specie perduta, come se avessi appreso lungo la strada segreti altrimenti impenetrabili e fosse possibile trasmetterli senza doverla percorrere, quella strada.

Ma non credo sia così.

In una sorta di Guida Terrestre Del Frequent Flyer posso affermare di avere sempre uno spazzolino da denti, e non un asciugamano, con me. Ho scoperto che ci sono pochissime “cose”, inteso propriamente come oggetti, che ti servono per sopravvivere in viaggio. E che comunque, se dovesse mancarti qualcosa, in una stazione di servizio, ovunque sia in Europa, troverai quello che ti serve. E tutto il resto, tutto quell’enorme bagaglio che sembra possa soffocarti a volte, quando vedi ogni giorno lo stesso Sole sorgere e tramontare più o meno nello stesso posto, sei tu.

Non i rapporti che hai, non il lavoro che svogli, non gli oggetti cui tieni, non le memorie che custodisci.

Sei una matassa di futuro, un gomitolo di potenziale.

E quando viaggi tutta quell’energia si scuote e si agita, consapevole che adesso è il suo momento, che tutto può succedere, che forse questa è la volta in cui lascerai che sia quella massa di incertezza a prendere il timone.

Ogni volta che spalanchi una porta che non hai mai spalancato prima e che forse non spalacherai mai più, senti parlare le persone con cui sali su una scala mobile che non ti volterai indietro a guardare, apri la bottiglietta d’acqua che compri con un sorriso da un negoziante sconosciuto che sconosciuto resterà, quel piccolo battito in più che senti nel cuore, quasi invisibile se fossi monitorato con un elettrocardiogramma, quella è l’incertezza. E come fosse un’extrasistole il battito successivo è la risata inarrestabile di un bambino che con una slitta, a velocità supersonica, supera un dosso di neve e pensa estasiato “ce l’ho fatta”, senza preoccuparsi troppo del fatto che la discesa è ancora lunga.

 

All’inizio non ero capace di viaggiare. Volevo a tutti i costi vedere cosa ci fosse fuori dal mio piccolo mondo, come può essere piccola Bologna se tieni sempre gli occhi per aria, forse vale per qualsiasi città, paese, villaggio, casa, camera da letto. Ma era Bologna che non riusciva a saziarmi, quindi di lei parlerò. Nessun fascino residuo nel rosso dei suoi mattoni, ma non abbastanza assenza di fascino da suscitare autentico rigetto. Non una traccia di solitudine in vista, non una delusione da cui fuggire. Nessuna autentica noia, in realtà. Solo una sensazione di aver mangiato qualcosa di molto buono, ma non nutriente. Qualcosa che ti soddisfa solo fino alla gola, ma non più di così. I gorgoglii di una fame imprevista alle prime luci dell’alba.

E l’automatismo di gesti che non vengono più visti e i giorni che scorrono con così poche ore di sonno che nemmeno ti accorgi che stanno passando.

E così la possibilità di partire non è mai stata nemmeno battezzata. Si è presentata ed è stata colta così in fretta che non ho avuto nemmeno il tempo di accorgermi che stavo partendo.

Deve avermelo detto qualcuno qualche mese dopo l’inizio dell’impresa: “Adesso che viaggi sempre”, così cominciava la frase. Ed io ho pensato che era vero, che viaggio sempre.

Ma non mi ero fermata nemmeno un momento ad accorgermene fino ad allora, impegnata com’ero a viaggiare e basta.

E nell’egocentrismo assoluto di chi deve pensare solo a se stesso e alla propria valigia, e può permettersi il lusso costante di perdersi nei propri pensieri senza lasciare una scia di mollichine per tornare indietro in fretta, non avevo pensato al fatto che, ogni volta che parto, il mondo non si ferma solo perché io non ci sono, per quanto possa essere difficile immaginarlo senza di me.

Dovevo eliminarmi dall’equazione che, nella mia testa, rendeva la vita possibile nell’ecosistema della mia esistenza.

Per un po’ mi sono sentita perduta.

Mi sentivo come se l’essenza di me viaggiasse molto più lentamente di quanto facesse il mio corpo e avesse ormai il fiatone per cercare di tenere il passo.

Come se la parte di me che sente rimanesse sospesa a chilometri di altezza, con la lentezza dell’ineffabile e dell’etereo, mentre io atterravo, o meglio, il mio guscio di carne atterrava e arrivava a casa, quale che fosse. La parte senziente sarebbe arrivata con i suoi ritmi, appena in tempo per la partenza successiva.

Era snervante.

Ero partita e non arrivavo mai. Ero sempre in ritardo per tutto. Dovunque fossi, casa era altrove. Dovunque fossi mancava qualcosa, qualcuno.

Non ero mai davvero a casa, indipendentemente dall’amore di cui ero circondata.

Ma dov’è casa? Bologna è casa, Londra è casa, Parigi è casa, una fettina di Bruxelles è casa, il traforo del Frejus è casa, gli imbarchi degli aerei sono casa e i controlli di sicurezza sono casa. Macchine, aerei, assistenti di volo, receptionists, tutti casa. I 100ml di liquidi concessi sono quasi abbondanti per me, ormai. I vuoti d’aria non esistono più. Le istruzioni in caso di (improbabile, ci tengono sempre a specificare) atterraggio in mare sono una ninna-nanna. Gli armadi sono sopravvalutati, se hai una sedia.

Dicono che casa sia il posto dove abiti il cuore.

Io dico che casa è dovunque il tuo cuore batta, il che significa che, come minimo, quel guscio terrestre che hai (come diceva Lewis Carroll, “non sei un corpo. Sei un’anima che HA un corpo”) è e sarà per sempre casa tua, e non potrai mai sentirti davvero in esilio.

Arredala con cura, prendi solo i souvenir che ti piacciono davvero e parti, perché è così che sentirai il desiderio di tornare.

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