My Ridley Addiction pt.1

By lunedì, Luglio 21, 2014 0 Permalink 0

01 September 2012 By Fred – 

Questo è uno dei due pezzettini nuovi per Sangue d’Inchiostro, lo pubblico anche qui per via del post a seguire, in cui parlerò di Philip Ridley un altro po’.
L’altro, sulla sequenza di Bartimeus, lo puoi leggere qui

Chi ha bisogno di un genere?

Per fortuna Philip Ridley ama Londra. La vive, la descrive, la deforma come un figlio può fare con la propria mamma in un disegno da appendere sul frigo. E si diverte a sparpagliarsi lungo le sue strade sotto forma delle proprie opere, come una manciata di brillantini buttata a caso su una mappa, così che nell’arco di poche settimane potresti vederlo, come è successo a me, incarnato in numerose rappresentazioni teatrali e rassegne cinematografiche.
E potresti decidere, come ho fatto io, di buttarti anche sui suoi libri, se la dose non dovesse bastare.

La prima volta che ho visto Philip Ridley si prendeva cura del suo pubblico un po’ traumatizzato dopo Tender Napalm. Si tratta di una rappresentazione minimale, basata su due personaggi che devono elaborare un lutto e che per farlo si abbandonano alla fantasia, improvvisando l’uno sui pregi dell’altro, sui difetti dell’altro, sulle colpe proprie ed altrui, fino a distruggere tutte le sovrastrutture del loro rapporto e ritrovarne le fondamenta; col senno di poi uno dei copioni più dolci che Mr Ridley abbia mai concepito.
Pochi giorni dopo fu il turno di Mercury Fur, un play sconvolgente cui non ero preparata. Purtroppo in quel caso non c’era una chiacchierata con l’autore che potesse alleviare lo shock dell’azione cui avevo assistito, ed ho camminato per ore con una sensazione difficile da descrivere nella pancia, un peso sul cuore forse, quel genere di fastidio che sai di subire per il tuo bene, come quello che segua un’approfondita igiene dentale.
Da lì in avanti ho iniziato ad accumulare tutto quello che di Philip Ridley fosse a disposizione, ho recuperato i suoi film (in particolare quella che lui definisce una Trilogia di Bambini Abbandonati, The Reflecting Skin, The Passion of Darkly Noon e Heartless) e qualsiasi libro porti il suo nome. Sono arrivata così a Flamingoes in Orbit, una raccolta di racconti datata 1990.

Le storie lì contenute sono tredici e i temi parecchi di più. Se qualcosa viene ripetuto è soltanto per essere ampliato e problematizzato ulteriormente. Non c’è fine all’interiorizzazione di un problema o di un dubbio, e così ogni punto è violento come un cazzotto nello stomaco. Devi prendere una boccata d’aria tra una storia e l’altra.
I temi che più stanno a cuore all’autore emergono facilmente, risultano evidenti attraverso storie diverse, ma che spesso prendono le mosse da un Quando IO Avevo Dodici Anni ed inevitabilmente accarezzano Mamma, Papà e i grandi sconvolgimenti di quando sei piccolo, una categoria dentro cui potenzialmente può rientrare qualsiasi avvenimento, dall’agghiacciante visione di un incidente in metropolitana alle vicende del vicino di casa.
Alcune frasi raccontano di una violenza sconfinata senza alcuna violenza: dopo il primo clamoroso scontro con quelle frasi, se riesci a riprenderti dall’urto e ad esaminare le parti che le compongono, non sono strutturate con parole particolarmente aggressive, o onomatopee che possano tormentarti per giorni. Sono semplici, nude, terribilmente vere. Ti risuonano in fondo alla gola come una meditazione OM, come se avesse trovato il linguaggio macchina del tuo cervello e su quello stesse insediando immagini e racconti.
Tutto, se necessario, può avere lo stesso devastante impatto, se gli occhi del personaggio che guarda (e i tuoi) sono sensibili e lasciano aperta una breccia verso l’anima troppo profonda perché sia prudente.
Ogni sua storia è il frutto di una dolorosissima digestione, quando si siano mangiate schegge di vetro e fuoco, e ogni boccone era così saporito che alla fine ti ritrovi sconvolto senza riuscire ad indicare precisamente il perché.

Anche se come già detto ci sono temi che tornano e ambientazioni comuni a più di una storia, ognuna di esse è completa e completamente diversa da tutte le altre, quanto i visi in una folla di persone.
Inoltre uno dei caratteri più sensazionali è che Philip Ridley sembra parlare da Un Altro Posto, quando racconta dei suoi personaggi, dei suoi Io Avevo Dodici Anni Quando.
Questo probabilmente a causa di due principali fattori:
1) la saggezza dei suoi narratori. Sembrano tutti perfettamente coscienti di quello che hanno fatto, del perché e a chi lo stiano raccontando. È molto probabile che scelgano di non spiegarlo chiaramente, ma nel loro scegliere cosa dire e cosa no appaiono in controllo della morale della loro storia, la servono al lettore su un piatto d’argento. Eppure non si gonfiano della presunzione di avere ragione, quasi mai, su niente.
2) Gli eventi nei quali i suoi personaggi sono soltanto pedine fanno di essi prede facilissime. In Philip Ridley il Fato è sovrano, impossibile da sfuggire ed inesorabile nel suo compimento.
L’effetto -tutto è passato, ora finalmente capisco- credo sia quasi inevitabile.

Il che è particolarmente curioso se paragonato ai temi affrontati invece nella trilogia cinematografica di cui sopra: in tutti e tre i casi si tratta di un’avventura alla scoperta della follia e delle sue profondità, i cui narratori sono appositamente NON affidabili.
Interpellato su quei film Philip Ridley ha detto “per nessuno di loro è possibile decidere di che genere siano. Il che per un longometraggio equivale al Bacio della Morte.”

Beh, neanche per Flamingoes in Orbit mi sento in grado di identificare un genere.
Ed in fondo chi ha bisogno di un genere? Un genere è come un ballo di gruppo, con mosse preordinate che ciascuno non può che ripetere con una minima dose di personalizzazione, per ottenere soltanto che i partecipanti si inchinino l’uno all’altro in modo spento e vuoto quando la musica si fermi.
Queste storie non hanno bisogno di un genere. Sono sagome che ballano da sole sotto la pioggia, chissenefrega se in libreria non saprai in quale scaffale sia più corretto archiviarle.
Una storia di Philip Ridley può essere soltanto un Ridley, e può essere soltanto quella storia di Ridley. Proprio come un essere umano, preso da vicino, singolarmente, in tutti i suoi segreti istinti, può essere solo quell’essere umano.

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