Philip Ridley Pt.2 ed un’apologia di David Foster Wallace

By lunedì, Luglio 21, 2014 1 Permalink 0

06 September 2012 By Fred – 

Recentemente mi sono trovata spesso a chiedermi quale sia la pulsione umana più forte di tutte, quella che muove il Sole e le altre stelle, quella che statisticamente seguo io stessa nel prendere (raramente) decisioni.

Ne ho parlato durante gli incontri, specialmente a Roma con quattro ragazzi che per loro sfortuna si erano trovati a camminare accanto a me nel breve percorso da casa Keats al bar battezzato per le nostre chiacchiere. E ci ho pensato molto una delle scorse notti, dopo aver trascorso il pomeriggio ad una rassegna cinematografica piuttosto particolare, anche solo perché dedicata a Philip Ridley, uno scrittore che rischi di non conoscere per colpa del cattivo giudizio dei grandi della distribuzione cinematografica.
Ho incontrato Philip Ridley per la prima volta qualche mese fa, dopo una sua rappresentazione intitolata Tender Napalm, e sono diventata immediatamente sua accanita sostenitrice. Non solo si tratta di un essere umano dolcissimo, incredibilmente modesto ed affettuoso, credo che il mio apprezzamento per lui derivi principalmente dalle curiose spirali che le parole compongono sotto il suo comando. Non è uno di quelli che ci gioca come un illusionista, né uno di quegli autori che le alleva fino ad ottenere il sinonimo dal pedigree più raro.
Lui sceglie quelle meno vistose e permette loro di posizionarsi in affascinanti geometrie che sembrano il progredire delle foglie in una felce. I suoi copioni e le sue sceneggiature hanno un sapore di naturale sezione aurea, e i caratteri dei suoi personaggi li conducono a scelte che non sembrano nemmeno il frutto di un bivio, sono costruiti in modo che il loro destino sia quasi visibile in controluce.
Ma di Philip parlo in modo più esteso su Sangue d’inchiostro, puoi leggere cosa ne pensi qui.
Adesso torniamo al punto, certamente meno interessante, delle mie riflessioni.
Il secondo film della rassegna cinematografica in questione si intitola The Passion of Darkly Noon, tradotto infelicemente in Sinistre Ossessioni (facepalm) ed al mio rientro a casa ho scoperto online essere l’oggetto di critiche feroci.
Ci ha messo quindici anni a fare quello dopo.
Mi sono chiesta se davvero sia possibile che uno come Philip Ridley si lasci intimidire dalla reazione dei più quando si tratti di esprimere sé stesso. Onestamente ne dubito, o spero di no, ma il punto è che per parecchi argomenti mi sono detta che con ogni probabilità il motore dietro alle azioni umane è il desiderio di essere amati.
Faccio questo perché mi viene naturale farlo e confido che la reazione degli altri sia va tutto bene, è normale, sei amabile (nel senso di possibile da amare) anche se scrivi/disegni/pensi/parli così.
Mi sono guardata intorno, anche nelle manifestazioni che capisco e condivido di meno, sono convinta che sotto sotto il comune denominatore del tutto sia essere amati dagli altri. Forse uno dei problemi più cruciali è che alcuni più che amati preferiscano essere invidiati o temuti, ma si tratta di un twist sullo stesso comune desiderio, sulla stessa comune necessità. L’altro problema chiave è che abbiamo tutti un modo diverso di amare, e a volte è difficile fare la traduzione. È come se amandoti qualcuno ti facesse un versamento in una valuta che non è la tua. Per comprenderne il valore devi fare lo sforzo di andare in banca e cambiarlo, l’ammontare sarà lo stesso.
La faccenda si complica oggi 6 settembre, quando scopro che qualche ora fa Bret Easton Ellis si diletta in un fuoco di fila di tweets tesi a ridicolizzare ed insultare David Foster Wallace e chiunque ne gradisca il lavoro.
La cosa, non esito ad utilizzare un tono radicale, mi ha sconvolta e disgustata. Per un’infinità di ragioni.
La prima: DFW si è suicidato. Si può essere pro o contro il discorso suicidio, io sono contro (nel senso che preferisco l’ottuso ottimismo alla rinuncia disperata, così, in termini generali). Ma quale che sia la propria posizione io penso che chiunque arrivi a soffrire al punto di togliersi la vita debba ricevere come risposta soltanto un vagone di amore e compassione nel senso più letterale del termine (cum patior- soffro con, συμπἀθεια – provare emozioni con..). È quel sentimento che ti porta a condividere il dolore di un altro essere umano provando il desiderio di alleviarlo.
La seconda: sono d’accordo nel dire che chiunque abbia commesso errori in vita, quindi chiunque, non diventi un santo perché morto. Ma se c’è qualcosa che DFW non è mai stato, a mio parere, è pretenzioso, se anche senza provarci risulta più tagliente ed intelligente di te, Mr Ellis, questo non giustifica il tuo odio.
La terza: Mr Ellis NON è IN POSSESSO DELLA VERITà RIVELATA E NON PUò E NON DEVE PERMETTERSI DI PARLARE COME SE FOSSE COSì.
Potrei andare avanti per settimane.
Invece ho deciso soltanto di smettere di seguire il signor Ellis, riguardo al quale il sospetto che fosse una persona dalla moralità discutibile mi tormentava da più tempo di quanto vorrei ammettere. Voglio solo sospendere il mio giudizio su di lui e non trovare nelle sue parole altre ragioni di dispiacere, arrabbiature et similia, ché al mondo ce ne sono anche fin troppe.
Continui a dire ciò che crede, non sono nessuno per dire che ha torto in assoluto. Ma non posso ascoltarlo quando impone le sue opinioni con aggressività.
Non so perché l’amore sia in grado di deformarsi al punto da diventare mostruoso ed irriconoscibile. Ma c’è un dato positivo, come per tutto: non credo sia vero che l’amore sia più forte di tutto. Anzi, è molto cagionevole. È forte come motore, come esplosione, come spinta, ma va nutrito e curato moltissimo perché sopravviva, come una pianta rara.
Così anche l’amore deforme, quello intossicato ed ormai distorto, se necessario, ha vita breve. Io a pigiare UNFOLLOW ci ho messo un attimo.
Non so nemmeno se, in fondo, a muovere anche Mr Ellis ci sia l’amore. E se sì per chi oltre che per se stesso. Si preoccupa mai delle reazioni che possa suscitare quello che fa?
Mi rimane solo il pensiero che, in quanto esseri umani, siamo sì animali sociali, è sulla socievolezza che a volte abbiamo qualche problema.

1 Comment
  • Eziana
    Dicembre 2, 2014

    Carissima Federica,
    credo che la socievolezza, attributo recuperato in quanto animali da un patrimonio genetico di molto anteriore, prima di qualsiasi spartizione del sentimento amoroso, venga lavorato malamente dal nostro ritenerci umani. Ciò che ancora mi sorprende, dopo anni di esercizio alla pluralità, è la facile propensione alla pochezza metaindividuale, o meglio, l’inettitudine al confronto. Per quanto si possano affinare le nostre conoscenze, il risultato è spesso un inasprimento della competitività, non un agone sano e propositivo, ma uno schianto delle idee inverate nella ferocia. E la ferocia non è dialettica. Conosco sia Ellis che Wallace ed ho sempre trovato lievemente irritante “quell’ansia da prestazione intellettuale” che muove quasi tutte le storie di Ellis, un’urgenza che invece in Wallace diventa, come direbbe Cioran, una “fascinazione della cenere”, vale a dire, almeno secondo la mia esperienza, una pedagogia della fine latente ed insita nella condizione umana, sempre rispettando una cauta distanza da una scelta così radicale (non sarei nemmeno in grado di valutare il suicidio, come te preferisco ancora interrogare la vita piuttosto che ignorarla). A volte ho l’impressione, come molti credo, di intrattenere con DFW un dialogo ininterrotto, un patto che dall’immaterialità delle idee educa, attraverso la parola, ad una corrosiva coscienza della nostra natura pervertibile ed irrisolta.
    Spero di non averti annoiata con questo sproloquio e mi auguro di poter presto tornare a confrontarmi con te su altri temi.
    Un abbraccio
    Eziana

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