Quello che alla gente non dico

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26 November 2012 By Fred – 

Come sempre vengo portata al blog da riflessioni sparpagliate su vari giorni, che per qualche ragione fanno emergere un filo comune che alla fine diventa un pensiero.

Qualche settimana fa ormai (io reagisco con i miei tempi. Negli anni ho imparato a capire che ho un cuore che riflette molto lentamente) Charlie, blogger inglese amatissimo da me e altri milioni di persone, pubblica un video in cui ammette di “avere paura”. Confessa di avere paura ogni qualvolta si trovi a pubblicare un video, mostrare qualcosa che abbia creato, inventato, pensato.

Il pubblico reagisce incoraggiandolo in mille modi, soprattutto con tanti tenerissimi video di risposta, abitudine che sciaguratamente trovo youtube vada perdendo (il mio preferito è certamente quello dell’amico Michael Aranda, di solito sfacciato e umoristico, qui attento e premuroso).
Io lo capisco, Charlie.
A volte rimugino sul dramma che sono per me i pollici in giù in un video, e lo so che la mia stupidissima preoccupazione non ha senso.
“Perché i pollici in su non valgono altrettanto?” Mi chiedo.
Non lo so. Penso sia perché il lato peggiore di me è solito dare per scontato che chi mi apprezzi sia influenzato dall’affetto e non sia obiettivo nel giudizio sul mio valore. Questo vale anche per chiunque guardi un mio video, forse anche (forse soprattutto?) lo spettatore occasionale.
Inoltre secondo me c’è una disparità di percezione tra chi parla in una webcam e chi lo ascolta, quantomeno credo ci sia per me, ed è un discorso su cui sono incappata già mille volte più una: io faccio video perché spero che tu mi voglia bene. Il che naturalmente porta un grave cortocircuito in atto → se mi vuoi bene da affermazione precedente il tuo parere non mi consolerà mai come obiettivo ed io cercherò sempre la conferma di coloro cui invece non piaccio, ma qui andiamo in territorio da psicologo, quindi mi fermo.
Ho il sospetto che spesso guardando un video si parta dal presupposto che chi l’abbia fatto si sia sentito in possesso della famosa VeritàRivelata, e quindi ci si sente in dovere di smantellare questa sicumera.
Si giudica con molta facilità, ecco. E così ci sentiamo in diritto di criticare con freddezza qualcuno che invece aveva parlato come se fosse stato nel proprio salotto circondato da amici, magari mosso dal solo desiderio di farli ridere, un po’ per vederli ridere e un po’ perché di solito si vuol bene a qualcuno che ti fa ridere, ed è questo che vuoi.
E c’è l’altro dramma del video, per definizione: è incastonato per sempre, nella forma in cui è, come una zanzara nell’ambra. Se penso a quante volte, dopo aver parlato dal vivo con qualcuno, mi tormento all’idea di quante cretinate io abbia appena pronunciato, mi chiedo come io possa superarne il terrore quando mi registro. Così ogni volta che qualcuno, con buon occhio, o senso critico, o anche puro desiderio di rissa o polemica, sottolinea qualche mia mancanza, un video in cui avrei potuto essere più profonda o approfondita, una battuta fuori posto, una schifezza italo-inglese che non si capisce, io mi dico hai ragione. Mi sento come se avessi creduto di chiacchierare in tuta sul divano salvo scoprire che invece ero in piedi ad un cineforum, come negli incubi in cui ti scopri nudo in classe.
Tutto questo per dire che anche io ho paura. Quasi sempre.
Quando poi ci sia fuori qualcosa che io abbia scritto non ne parliamo, potrei rintanarmi sotto un sasso in posizione fetale.
Non ho permesso fino ad oggi che questo cambiasse il mio modo di fare (non credo che ci riuscirei, anche volendo), non voglio parlare nella telecamera o qui o su tumblr come se avessi davanti una platea ostile, come sempre mi sento davvero in salotto circondata da amici. Anche se ogni tanto, magari passando per strada ed affacciandosi alla finestra, qualcuno mi sente, mi prende sul serio e mi giudica con ferocia.
Mia madre non sopporta di leggere nulla di quanto ci sia in rete che mi riguardi. L’idea che io sia materia di giudizio da parte di sconosciuti la terrorizza. Sono certa che sarebbe più che capace di tollerarlo su se stessa, ma non su di me.
Non c’è risposta a questa situazione, lo specifico perché non vorrei che questo post sembrasse una denuncia o una lamentela, è soltanto una riflessione sul “come mi sento”.
Non vorrei che “perché ho paura” smettessero di criticarmi, anche quelli che magari siano mossi da semplice antipatia e nient’altro. E non ha senso nemmeno pregare che un giorno chiunque ti apprezzi, lo so che il bello è essere tutti diversi. So che il mondo è tutto un gioco di specchi, in cui io ti ascolto dire qualcosa, ma nella mia mente è la mia proiezione di te a parlare, e chi mi assicura che il mio specchio interiore non sia distorto come quello di un parco giochi?
Credo sia davvero un sintomo dell’essere umani avere paura quando ci si espone. Ma ogni tanto una critica sottopone il dubbio atroce: se avessero ragione? Nessuno pensa mai di essere il cattivo o lo stupido di una storia, no?
E una vocina, quella che nel retro del tuo cervello, mentre scrivi, sussurra “banale! Già scritto! Non sei capace! È uno schifo!”, gode quando qualcuno lo insinua e soddisfatta dice “Hai visto?”

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