“Un buon inizio e una buona fine fanno un buon film. Assicuratevi che l’inizio e la fine siano molto vicini.” Federico Fellini

By lunedì, Luglio 21, 2014 0 Permalink 0

14 February 2012 By Fred –

Ho recentemente (in realtà è passato un mese, e volte mi sembra di aver gestito questo dolore tutta la vita) pianto tutte le mie lacrime sul finale della seconda stagione di Sherlock.

Altrettanto recentemente ho comprato un programma leggendario per, occhio alle virgolette, “SCRITTORI PROFESSIONISTI”.

Questi due elementi sembrano privi di qualsiasi correlazione, ma non é così, giuro.

Se hai mai visto Sherlock sai che si tratta di uno dei migliori show televisivi di ogni tempo. Se non l’hai mai visto devi semplicemente vederlo (concedigli quattro minuti e si prenderà tutto il tuo tempo libero) per capire che si tratta di uno dei migliori show televisivi di ogni tempo, quindi data l’ovvietà della cosa non mi dilungherò sull’argomento.

Ha un fluire velocissimo, i personaggi sono dipinti in modo eccellente e la materia del canone sherlockiano maneggiata con maestria superba, e se, prevedibilmente, Sherlock ti ha portato o finirà per portarti su tumblr, sai che indugiare in fanfictions che dipingano in gradi diversi di intensità momenti di vita quotidiana di Sherlock e John, più spesso che sbandino in agognate avventure sessuali, sempre con vari gradi di intensità (verifica il rating prima di cominciare, così non te li ritrovi nudi insieme a letto senza preavviso), è più che normale, o se la normalità è un dato statistico è comunque un problema abbastanza diffuso da rientrare nella categoria.

Perché questo succede, e per qualsiasi fandom, non solo “The fandom who waited and is back to waiting again”? In parte perché, è evidente, nelle fanfictions possono succedere fatti che non avranno mai posto nelle serie (non so tu, ma io preferisco che la tensione resti inespressa, il più delle volte). Perché alcuni personaggi diventano presenze costanti nelle nostre vite ed è inevitabile avere fantasie che li riguardino, anche solo spezzoni di dialogo, scene e situazioni che scaldino il cuore, magari in quei mesi in cui rimani appeso ad un cliffhanger disumano trattenendo il respiro per colpa di un finale che potrebbe esser catalogato in tentato omicidio.

Ma credo sia anche per un’altra sensazione, che mi riporta al discorso del programma per “SCRITTORI PROFESSIONISTI”.

Di nuovo, sembra un delirio senza senso, ma credimi, ho un punto cui mi sto lentamente avvicinando.

Questo magico programma è molto più di un word processor. Non ti lascia da solo con una spaventosa pagina bianca davanti: mentre scrivi, sempre nell’assoluta libertà, ti permette di avere sott’occhio lo schema completo della storia che stai cercando di comporre.

All’inizio, come mio solito, ero scettica, ma comincio a capire il perché della sua fama. Quando scrivo un libro (non che sia successo così spesso, ma abbastanza da poter fare osservazioni a campione), c’è sempre un momento, di solito intorno al capitolo 12 in un’ideale ventina di capitoli, in cui mi trovo in un mondo che a quel punto conosco piuttosto bene, con personaggi che si muovono con disinvoltura e che, a loro volta, conosco abbastanza bene. E quindi mi perdo via, in almeno tre capitoli che non hanno alcun senso nella trama complessiva, e che sono soltanto passeggiatine di piacere che non portano da nessuna parte. Nell’economia di una storia questo deve succedere con moltissima attenzione, altrimenti si rischia di perdere la rotta.

Stesso discorso di prima, ti affezioni ad una relazione, ad un panorama e non riesci ad allontanartene.

Ma una storia, per definizione, racconta, e per essere tale deve partire, andare e arrivare, se lasciasse le cose esattamente come le ha trovate cosa avrebbe raccontato?

Riflessioni di questo genere mi hanno portato a pensare ad alcune delle mie serie preferite, escluso Sherlock.

Per esempio, visto quello di cui sto parlando, penso a Misfits, Supernatural, Fringe e Being Human.

Credo sospenderò il giudizio su Supernatural, cortesia che NON accorderò a Fringe.

Misfits ci ha lasciati in balia di una trama agonizzante, che non riesce a dire basta, anche quando si ritrovi incastrata in un, eccellente a livello narrativo, privo di senso sotto qualsiasi altro punto di vista, loop temporale.

Being Human ha appena iniziato una quarta serie che si ritrova privata della dinamica principale che ne era alla base, e che ha dovuto trasformarsi in qualcosa di nuovo, altro, nuovo rispetto al passato.

Fringe ha dovuto attraversare un trio di episodi, se non di più, centrati sul “caso della settimana”, senza portare avanti la MACROstoria che ci ha incollati alla sedia/poltrona/computer, come quando incontri qualcuno che proceda nel verso opposto sul marciapiedi, nessuno dei due sa da che parte evitare l’ostacolo e ci si ritrova protagonisti di un goffo balletto improvvisato.

Da Supernatural sono la prima che non è in grado di staccarsi, quindi non posso criticare questa settima serie. Ancora. Basta che mi ridiano Cass.

Ma il tutto mi ha portato a pensare, davvero non siamo più capaci di dire “basta, bene così”?

Una frase del genere poi non può che portare alla mente Sex and the city, esempio lampante del non sapersi fermare.

Forse il punto è che siamo tutti inseguitori del piacere ad ogni costo.

Ed è brutto alzarsi da tavola quando si ha ancora appetito.

E così finiamo per contagiare con questa esigenza fuori controllo qualsiasi aspetto della vita, inclusa la vita stessa e il suo, a volte malsano, volersi allungare così tanto che alla fine non somiglia neanche più ad un vita, tanto l’hai stiracchiata che hai finito per deformarla irrimediabilmente.

Ma sto divagando.

Quando l’unica cosa che dovrei fare è smettere.

Arrivare ad un punto e smettere.

Tanti anni fa un amico che ho perduto lungo la strada stava trascorrendo con me una di quelle serate in cui si chiacchiera di massimi sistemi come filosofi in vacanza.

Non ricordo quale fosse il discorso di partenza, ma il punto è che mi disse:

“Sai qual era secondo [inserisci nome di un grande del jazz qui] il segreto per essere il miglior musicista di ogni tempo?”

“No” ovviamente risposi io.

“Smettere. Quando chiese a [inserisci altro nome di un grande del jazz qui] come fare, quello rispose ‘Devi solo staccare la labbra dalla tromba’.”

Chissà per quale ragione mi rimase in testa questa frase. Aspetta. Che fosse Miles Davis? Forse.

Non avevo minimamente capito di cosa stesse parlando. Anzi, mi sembrava una fesseria senza senso, benedetta a volerla giudicare con manica larga dal tono epico con cui era stata pronunciata.

Ora ho il sospetto di iniziare a capire.

Smettere è difficile tanto quanto cominciare.

L’ultimo passo tanto quanto il primo.

E non è che in mezzo sia tutta una passeggiata di salute, tra l’altro.

Adesso Fede metti giù quella penna e nessuno si farà male.

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