Visionaire

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19 October 2011 By Fred – 

La verità è che la morte di Steve Jobs non avrebbe dovuto potermi cogliere impreparata.
Ma non sono mai stata pronta alle brutte notizie, mai una volta in vita mia.

Nemmeno quando se n’è andato mio nonno, alla veneranda età di 98 anni; niente, io, e tutta la mia incauta famiglia con me, sorpresi come lepri nei fari di un camion. D’altronde anche oggi, se penso a lui, il ricordo del suo viso si accompagna con la convinzione, poi ahimè smentita, che i compleanni del nonno sarebbero stati soltanto un dolce ritornello annuale, non avrebbero fatto altro che aumentare le candeline sulla torta, che peraltro, cuoco sensazionale qual era, si sarebbe dovuto preparare da solo.

La verità è che la morte, pura e semplice, in quanto tale, mi affascina, probabilmente grazie alla distanza che la buona sorte mi ha ad oggi concesso di avere da essa e all’ironia che ha sempre permeato casa mia. Mio padre (a sua discolpa è ligure e scorpione) dice sempre che la morte è un dato prevedibile per statistica, ma che “fino a prova contraria io sono immortale”.
La verità è che, la mattina del 6 Ottobre scorso, quando ho aperto Facebook, che è ormai il mio ponte di collegamento tra il mio personale universo e tutto il resto del mondo, scoprire che Steve Jobs se n’era andato è stato uno shock.
La verità è che la prima volta che ho visto un I-phone ho pensato che fosse una boiata pazzesca, e me ne sono tornata tutta contenta al mio Nokia pieno di tasti. Affidabili, conosciuti, ticchettanti tastolini.

Il mio primo incontro con una Mela® risale al 1986. All’epoca mia madre mi imponeva un’ora di conversazione in inglese al giorno, cosa di cui in seguito sono stata costretta ad esserle molto grata. Lavorando fuori città non poteva garantirmi di riuscire a farlo in prima persona e così venivo quotidianamente consegnata ad una sua amica di nome Elizabeth, che mi faceva da tata e da barriera linguistica tutto in uno.
Un giorno, nel disperato tentativo di intrattenermi, Elizabeth mi chiese se avessi mai avuto a che fare con un computer. Naturalmente no, ero ancora nell’età in cui un pomeriggio che non si concludesse con le ginocchia completamente sporche di erba era un pomeriggio sprecato.
E così accese il suo Macintosh nuovo di zecca (a vederlo oggi un minaccioso sosia di Hal9000).
Fu lei ad insegnarmi il fascino di una tastiera. Quelle lettere che facevo ancora così fatica a vergare a mano si componevano davanti a me come un incantesimo.
Che scoperta sensazionale!
E i disegnini, i giochi, i suoni, non avevo mai visto niente del genere. La televisione, sì certo, niente male, ma questo! Era una televisione anche lui, in un certo verso, ma così docile, così pronto a giocare con me in modo attivo, non a parlarmi senza preoccuparsi che io volessi ascoltarlo o meno come la sua più mutevole sorellastra, che la sera, in mano ai genitori, diventava un campo minato di immagini che potevo o non potevo vedere.
Macintosh voleva giocare con me, gli servivo!

Fu solo parecchi anni dopo che mi confrontai di nuovo con un, diremo banalmente, computer.
Comprai il primo che potessi dire veramente mio nel 1996. Un PC.
Ero felicemente ignara della guerra tra scuole di pensiero che già si consumava tra Microsoft e Macintosh, e tanto più di quelle che si erano consumate in passato, rischiando di lasciare la Apple, e Steve Jobs con lei, sul campo di battaglia.
La Mela® giaceva da qualche parte in me, come la memoria di un sogno e niente di più.
Quella prima volta che vidi l’I-phone me lo fece vedere, fiero come il padre di un sanissimo neonato, uno dei miei amici più cari, uno schiavo dei gadget più inutili, un adepto al superfluo la cui dedizione io non posso che ammirare.
L’unica cosa che mi colpì fu l’app del pluriball, in cui scoppiavi le sferette ottenendone solo un effetto audio. Convinta che la tecnologia avesse finalmente superato l’utile me ne andai senza voltarmi indietro.
Andavo a correre la mattina con un vecchio I-Pod che un altro amico, ossessionato dalla Mela® a livelli clinici, secondo me, aveva dismesso a favore di un modello più recente, e l’unico elemento di quell’oggetto che era in grado di stupirmi era che, pur sollecitato dal movimento, il suono non oscillasse come succedeva con il walk-man.
Poi qualcosa cominciò a farsi strada nella mia testa, evidentemente.
O forse fu merito del Tubo, e dei video che avevo appena iniziato a fare per lui.
Con una decisione fulminea, ed una rarissima determinazione, riuscii a mettere insieme il gruzzoletto necessario a comprare il mio primo MacBook, quello su cui sto scrivendo anche adesso.
Al momento dell’acquisto mi chiesero se potesse interessarmi una lezione con uno dei loro Geniuses (lo trovai così pretenzioso, all’epoca), che mi insegnasse ad usare il nuovo ambiente, ed io, quasi sprezzante, rifiutai.
Meno male.
Doveva essere il futuro? Doveva essere un nuovo modo, perfettamente intuitivo, di vivere un computer? Doveva rendere la mia vita migliore? Che lo dimostrasse!
Lo fu.
Lo fece.

Non c’è stato più ritorno.
Appena il mio provider telefonico me lo propose acquistai l’I-phone 3GS, legandomi volentieri in uno di quei contratti eterni che permetteva, di fatto, di non pagare l’oggetto in sé. Fu una sorta di dichiarazione di fedeltà. Io prendo te, I-Phone, come unico mezzo di comunicazione, affinché tu possa diventarmi indispensabile, affinché io possa sentirmi monca senza di te, fino a che nuova versione non ci separi.
Il vecchio I-Pod vintage (lo schermo era in bianco e nero, era pesantissimo e non aveva ancora la click wheel) fu messo a riposo e sostituito da un Nano 4a generazione prima e un Classic 160GB poi).
In occasione dei miei 30 anni mi sono regalata un I-Mac, per regalarmi la più bella finestra sul mondo che potessi permettermi.
Ho dovuto resistere per mesi prima di poter vedere con i miei occhi i prodigi dello schermo di un I-Phone4.
E quest’anno, di nuovo per il mio compleanno (e questa volta sono 32, come i bit), la mia famiglia ha ceduto dopo circa 28 mesi di pressioni, con uno sforzo congiunto, mi hanno regalato un’I-pad.
Non l’hanno nemmeno incartata, non ce n’era bisogno.

É a questo livello di dipendenza, a questo stadio di paralisi davanti ad oggetti elettronici che non abbiano un solo tasto (home), che Steve Jobs se n’è andato.
Ed io all’improvviso mi sono sentita circondata di oggetti orfani.
So bene che il cuore (core?) della Apple non batteva solo e soltanto nel torace di Steve Jobs.
So che quello che ha creato, probabilmente grazie, in gran parte, alla rilevanza economica raggiunta, non morirà con lui.
E solo oggi, a due settimane di distanza, ho capito che Steve Jobs stesso non morirà del tutto, come un novello Orazio, dovunque sia, può urlare NON OMNIS MORIAR.

I discorsi tenuti sull’argomento, le riflessioni, la lunga attesa, mi fanno sospettare che Steve Jobs non sia stato colto di sorpresa dalla propria morte, che l’avesse digerita anni or sono, l’abbia quasi accolta come un ospite benvenuto.
E così riesce più facile accettarla anche a me.

Restano le frasi ispirate, la fame da conservare più che sedare alla cieca, l’istigazione al grido di “si può fare”.
Ma resta anche un sapore aspro, adesso.
Lo imputo a tutto quello che ho visto succedere online (sull’I-Pad, principalmente, che mi sembrava molto più boiata dell’I-phone, a prima vista).
Ho letto tanto, tante opinioni diverse, tanti approcci diversi, sulla “faccenda” Steve Jobs.
Chi l’ha ritenuto un creatore che fosse tale anche per gli atei, chi sceglie di farne un santo, chi ci tiene a specificare che comunque, secondo lui, il suo genio era sopravvalutato, chi ci tiene così tanto a dissociarsi dall’idolatria post-mortem che finisce per esagerare dall’altra parte, chi l’ha definito il pioniere del computer come galera “cool” ( http://en.wikipedia.org/wiki/Richard_Stallman ).
Io personalmente cerco di camminare sulla riga tra il buon senso e l’emozione, se una riga del genere esiste, e questa è l’idea che Steve Jobs incarna nella mia testa:
un egocentrico geniale visionario.
Non vedo niente di male nell’egocentrismo a patto che non danneggi gli altri egocentrismi, d’altronde se sei dell’idea di CREARE (quanto detesto questa parola, quasi quanto ARTISTA, GHIOTTO e BIRICHINA) qualcosa a partire da una tua idea significa che ritieni questa tua idea degna di essere diffusa, ne riconosci il valore senza falsa modestia.
Il genio, qualsiasi definizione si possa decidere di dargli, è colui che vede avanti, nel tempo, nello spazio, nei bisogni. É il fuoco dell’invenzione, è chi riesce a sintetizzare i piccoli segni del futuro sparpagliati nel presente e li anticipa, li modella, li definisce.
La visione è quella che ti permette, se sei Steve Jobs, di capire che l’arcobaleno nel logo poteva funzionare nel 1984, ma che adesso tutto quello che Apple É può essere codificato da una mela bianca dall’aria un po’ metallica. La visione è effimera, gigantesca, inafferrabile, è un mondo, interiore prima e che, se hai fortuna, palle, volontà e un po’ di infantile sbruffonaggine, può vedere la luce nel mondo reale, fisico.
Non voglio fare di Steve Jobs un santo, ma voglio che sia riconosciuto per l’uomo che era, attraverso quello che ha fatto, per tutti e certamente per me.
E cosa ha fatto davvero per me, oltre ad incatenarmi a prodotti che portino la sua firma?
Una persona, quello che una persona autenticamente è, è il risultato di così tanti fattori che prenderli in considerazione tutti è impresa genuinamente impossibile. Forse inutile.
Quello che so è che, tra tutti quegli innumerevoli fattori che oggi fanno di me quella che sono, che mi definiscono, c’è anche la Apple.
E ci sono tantissimi fattori della Apple che semplicisticamente contano, per me. C’è la velocità con cui, se necessario, posso interagire con persone lontanissime da me in un modo che semplicemente prima non esisteva. C’è il poter trasformare gli scarabocchi che faccio su un foglio in un piccolo e timido video che trasmetta, a miglia e miglia e miglia da me, quello che sento meglio di qualsiasi frase potrei scrivere. C’è la morbidezza dei tasti che ancora oggi continua a stupirmi, c’è il dato estetico, che per quanto mi riguarda è tutt’altro che secondario, che i miei occhi colgono sempre con affetto, c’è l’immediatezza che mi avevano tutti promesso, c’è l’assenza di limiti che una (pur ancora giovane) Cloud assicura, c’è anche la sensazione di guardare le cose dalla punta più alta di un’onda che ottengo quando prendo in mano la mia Tavoletta e penso che 20 anni fa nessuno avrebbe mai pensato di leggere un libro così. Nessuno, tranne Steve Jobs.
E mi piace la mia mano che scorre sullo schermo come in Minority Report. E mi piace il fatto che AroundMe mi sappia dire dove diavolo sia il bancomat più vicino. E mi piace che i miei polpastrelli possano procurarmi così tanto divertimento scegliendo dove mettere una pianta che spari piselli contro uno zombie. E, se voglio, poter scoprire l’altitudine di casa mia. E poter ascoltare la canzone che mi ronza in testa davvero sempre, comunque e ovunque. E amo Shazam che mi rivela il nome di canzoni che ancora non conosco. E amo la mail così rapida che mi sento il Pentagono, e Dropbox che mi segue dappertutto dandomi accesso a quello che mi sarei dimenticata a casa e Star Walk che mi lascia inseguire i satelliti, e Bloom con cui per qualche secondo posso far finta di essere Brian Eno, e così tante apps che ho 6 pagine piene pur usando le cartelle.
E il nuovo sistema operativo, così spaventoso imponente com’è, bisogna fidarsi, e questa volta l’ho fatto senza alcun dubbio.
Sicuramente alcune abilità, prerogative dell’essere umano “base”, si vanno affievolendo, se non perdendo, grazie ad AroundMe et similia, io so per certo che, personalmente, se oggi dovessi muovermi senza IMaps, nel giro di 20 minuti sarei in posizione fetale a piangere su una cartina che ormai non saprei più decifrare.
E se davvero il 2012 comporterà la morte di ogni oggetto elettronico probabilmente è così che me ne andrò.
Intanto oggi, adesso, tutto quello che la Apple mi ha dato è tale per cui non rimpiango quello che mi ha lasciato dimenticare.

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